Professoresse frustrate

… quella mattina, la professoressa Gilda era riuscita per l’ennesima volta a far piangere Sabrina, una timida e graziosa alunna sistemata in uno dei banchi più vicini alla cattedra. Sembrava ci provasse gusto, con ghigni provocatori, ad ammonire la ragazza per ogni sua sbandata scolastica. E curioso era assistere a singolari sfoghi di cattiveria che la professoressa si dilettava a scagliare contro di lei, anche fino al punto di farla piangere.In fondo la giovane quindicenne Sabrina non andava poi così male a scuola. Non era una grandissima studiosa da voti altissimi e da 10 in condotta, d’accordo, ma non poteva neanche essere considerata una delle peggiori della classe.Sapeva cosa voleva dire studiare, insomma, l’aveva fatto diverse volte. Non come quel gruppo di idioti della sua classe che non sapevano affrontare un compito in classe senza bigliettini nelle maniche… E una cosa alla quale non sapeva proprio rinunciare, ogni volta che si rivolgeva ad un professore, erano l’educazione e la cortesia, il rispetto verso gli insegnanti. Una brava ragazza, si può dire.L’incontenibile ardore della professoressa nello sgridare ogni volta Sabrina, quindi, era assolutamente ingiustificato. Se v’era qualcuno da richiamare e da riempire di ramanzine, datone lo scorretto comportamento, non era di certo Sabrina. V’erano una decina di persone prima di lei che, oltre a non studiare, durante le lezioni erano assolutamente casiniste e maleducate.Una mattina in particolare, pare che la prof. Gilda approfittò un po’ troppo della sua posizione autoritaria, abusando del proprio potere in maniera così palesemente spudorata, da scatenare sussulti di stupore anche nei più distaccati e menefreghisti membri della classe.Si narra che la mattina stessa, quando il sole ancora doveva alzarsi e schiarire le isolate strade del paese, la professoressa Gilda si alzasse di soprassalto, ricordandosi dell’acquisto fatto di nascosto il pomeriggio prima: un lubrificante vaginale di buona marca.Ora, di vero e proprio acquisto non si può assolutamente parlare, dato che lo aveva rapidamente afferrato dallo scaffale della farmacia senza farsi vedere e lo aveva gettato velocemente nella borsa. Sapete com’è… il farmacista la conosceva bene. E soprattutto conosceva il marito, date le innumerevoli volte ch’egli s’era recato da lui per comprare la periodica dose di pastiglie per il mal di testa. La signora non avrebbe mai potuto sopportare l’imbarazzo nel dover giustificare un eventuale “supporto” ai rapporti sessuali col marito.Tant’è che, quella mattina, s’era messa in testa che, dopo un esagerato periodo di inattività sessuale (si parla di una mezza dozzina di mesi), si dovesse risolvere la cosa. Almeno, lei, aveva deciso così. Fra le lenzuola disordinate del letto matrimoniale in cui ancora dormivano, svegliò il marito e dopo non si sa quale ridicola manovra di coinvolgimento e tentativo di eccitazione forzata, riuscì a metterlo in condizioni tali da poter provare a fare l’amore. Dall’ultima volta era passato quasi un anno.L’amplesso di baci e carezze, pur sempre eseguito nei limiti della fredda razionalità (assolutamente lontana dagli ormai antichissimi ardori della dimenticata passione giovanile), proseguiva senza una meta ben precisa, fra leccate fastidiose e goffi strofinii l’uno contro l’altra. E quando la professoressa Gilda, stufa degli inutili preliminari, completamente spogliata dei suoi 45 anni di età, allargando le gambe disse “aspetta un attimo”, prese la pomata lubrificante ch’aveva rubato e, mostrandola al marito come un regalo, andò subito a spalmarsela laddove il principio dettava la sua tanto sofferta inefficienza fisica: un’imbarazzante e secca incapacità che il suo vecchio sesso aveva di predisporre l’accoglienza verso il bramato fallo impostore…Un’arida ruvidità vaginale poteva tranquillamente essere ovviata da quella crema miracolosa ch’ella ora stava nervosamente spalmandosi fra le piccole labbra. Ma ciò che rendeva veramente ridicola la situazione, era la poca predisposizione all’amplesso che aveva anche il maschio, in quel momento. E che lei non aveva notato. Non se n’era accorta, diamine. Al marito non si rizzava, Non si eccittava pensando semplicemente alla moglie. Dopo pochi istanti, lei se ne accorse.Immaginate la scena: questa che si gira e che vede quest’altro che, inginocchiatosi dietro di lei, a occhi chiusi ed estraniato dalla situazione in cui era stato forzatamente coinvolto, si masturbava freneticamente pensando a chissà quale puttanone (o a chissà quale collega di lavoro) cercando di farselo divenire duro.Una visione degna dei più famosi spettacoli comici. Non abbastanza comica da colmare la spropositata voglia di cacciare la frigidità della professoressa, però. Ostinata, schifata dalla situazione e oramai sommersa da un’incontenibile rabbia, iniziò ad abbattersi contro il marito: “Sei il solito rincoglionito. Stronzo. Non te ne frega più un cazzo di me. Che cos’è quel coso ? Sei vecchio, manco ti tira più. Vaffanculo”.In realtà, più che del pisello moscio del marito, era più furiosa dell’inevitabile necessità ch’ella aveva di bagnarsi la figa con quella crema viscida, di cui il barattolo, nella foga, era scivolato dalle sue mani ed ora giaceva fra le lenzuola ribaltato e disegnando, con quella schifezza dal suo interno, come uno schizzo di sperma. Quello schizzo che la professoressa, in quel letto, in quel momento, non potè che immaginare fra le sue tette. Quello schizzo che il marito, fra quelle lenzuola, fra quei cuscini, non potè che immaginare uscito dal suo forte orgoglio maschile. Tutto ciò come una presa in giro del destino. Una cinica illusione, scherzosa e meschina, che il fato aveva riservato a questi due poveretti.In seguito, volarono sberle e spintoni da parte di lei. Solo sbuffate noiose dalla parte del marito, dato che, di ciò ch’era successo, in realtà, non gli fregava poi tanto. Lui aveva la segretaria che, coi suoi pompini, riusciva addirittura a farglielo drizzare (ella, la moglie Gilda, ovviamente, ne era al corrente, ma non diceva nulla. Per comodità).Non passò neanche un’ora e la professoressa, vestitasi e lavatasi, era già pronta ad andare a scuola. A scuola, a far lezione ai suoi ragazzi.Prima di uscire salutò sua figlia che, quella mattina, s’era messa addosso dei graziosi pantaloni a quadri, di moda in quei tempi. Graziosi di loro; perchè su quella povera ragazza stavano davvero da cani, detto fra noi, datene le orripilanti deformazioni fisiche ch’ella vantava dalla vita in giù, e che vedeva mamma Gilda stessa, ma che faceva finta di non notare.Ma fantastici ed arrappanti, oserei dire, su Sabrina. La nostra Sabrina di inizio-storia. Che quella mattina a scuola anche lei indossava. I quali ritraevano in lei una splendida armonia di lineamenti femminili. Proponevano una vita e delle gambe piacevoli alla vista di qualsiasi persona, foss’egli alunno o professore. Ma mai provocanti. Magre e slanciate. Sensuali ma non invadenti. Belle e belle. Uno splendore di perfezione e compostezza.L’invidia straboccante dai nervi della professoressa, che non ammetteva una tale differenza tra questa splendida creatura e quel cesso di sua figlia nell’indossare gli stessi jeans, non è accertata. Non ho io l’arroganza di definirla una “goccia che fa traboccare il vaso della sua poca soddisfazione nella vita”. E non credo neppure nell’urgenza della prof. di risolvere questo fastidio interiore con un rabbioso sfogo di cattiveria di parole verso la povera Sabrina fino al punto di ridurla in lacrime. Non credo sia dovuto all’infelicità sessuale della professoressa Gilda. No. Magari, la piccola e graziosa Sabrina, si meritava davvero di essere sgridata e sotterrata di insulti per una banale interrogazione di italiano andata male.

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4 Risposte

  1. Bella… l’hai scritta tu o l’hai presa da qualche libro?
    se l’hai scritta tu… aspetto volentieri il seguito 😉

  2. L’ho scritta io,sì.
    Ma sta cosa del seguito non ce l’avevo proprio in mente 😐

  3. Che incantevole specchio della realtà…….!!!! 😀

  4. beh, un seguito può sempre essere un’idea carina se ti viene l’ispirazione 😀

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